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“Solchi d’inchiostro” è il titolo del libro di poesie di Filippo Minacapilli che, su iniziativa della sezione di Catania di Italia Nostra col patrocinio del Comune di Caltagirone, sarà presentato giovedì 10 ottobre, alle 18, nel salone di rappresentanza “Mario Scelba” del municipio. I lavori, coordinati dal portavoce di Italia Nostra per Caltagirone, Sergio Anfuso (ingegnere), saranno caratterizzati dai saluti del sindaco Gino Ioppolo, dall’intervento della docente Luisa D’Agostino e dalle letture della docente Rita Marino Vacirca.

 

 

Per saperne di più:

http://www.mauriziovetrieditore.com/solchi-d-inchiostro.html

https://www.bertonieditore.com/shop/27-filippo-minacapilli

 

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Biografia tratta da http://www.mauriziovetrieditore.com/solchi-d-inchiostro.html:

Filippo Minacapilli, ex docente di filosofia, oggi prolifico autore di componimenti lirici, è giunto alla sua terza raccolta di poesie, dove torna a parlare di amore, di libertà, di passione per l’arte e per la vita. I suoi versi nascono nel movimento della quotidianità, hanno tutta l’aria di essere appunti su una realtà che parla solo a chi sa ascoltare la sua voce più profonda. Filippo Minacapilli scrive ovunque l’esistenza abbia qualcosa da suggerirgli. Pertanto la spontaneità è un elemento imprescindibile dei suoi versi, caratterizzati da un lirismo semplice e immediato, il cui veicolo rimane idealmente, ancora oggi, nell’era del digitale, l’inchiostro. Quella materia preziosa e indefinita che racchiude in sé la possibilità della parola. Ed è proprio la poesia “La goccia d’inchiostro” che rende chiaro il titolo di questa raccolta, dove la scrittura assume una sua concretezza, un suo peso specifico, sempre diverso. Le parole sono talvolta vanghe che scavano “solchi” per portare alla luce sorgenti nascoste. Altre volte mattoni con i quali costruire edifici geometrici, come nel componimento Nella casa degli artisti, un’autentica piramide di parole. Altre ancora cesoie affilate che tagliano via la superficie per andare dritte al cuore delle cose. Pochi segni impressi sulla carta, in un’economia della parola che ne rivela il valore agli occhi di un suo umile cultore, convinto che «le parole non dette» non vadano mai «sprecate».

 

 

 

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